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CHARLES DEVILLE WELLS

 

Nel 1891, al casinò di Montecarlo, tutta l’attenzione era rivolta ai sovrani, ai nobili, alle cocottes e  ai milionari; per cui quando il 19 luglio firmò la sua carta d’entrata un certo Charles Wells, dichiarandosi di professione “inventore”, nessuno ci fece caso. Non era nobile, né elegante. Era piccolo, panciuto, calvo e insignificante. E inglese.

Disponeva di un capitale modesto: 10.000 franchi. Si sedette al tavolo della roulette, iniziò a giocare e a vincere. Nel gioco seguiva un principio molto semplice che consiste nel lasciare le puntate accumularsi per tre colpi successivi, poi ritirare il tutto e cominciare nuovamente. In caso di vincita raddoppiava fino ai massimi consentiti; in caso di perdita, o diminuiva della metà o si asteneva.

Giocava più frequentemente tutti i numeri pieni sino al 10, comprese le loro combinazioni, le chances semplici, le trasversali e le dozzine. Aveva una preferenza particolare per i numeri 1 – 2 e 5 e per la finale 5. Prima di uscire dal casinò aveva guadagnato 250.000 franchi ed annunciò, tronfio, che sarebbe ritornato il giorno dopo, alle undici, per far saltare il banco. Cosa che puntualmente avvenne e per ben due volte nella stessa giornata!

A quel tempo ogni tavolo di roulette aveva una dote di 100.000 franchi, esaurita la quale si svolgeva il cerimoniale inventato da Blanc, cioè veniva steso sul tavolo perdente un velo nero da lutto. Oggi tale usanza non è più in voga; una volta saltato, il banco viene rifornito immediatamente.

Il salto del banco era una forma di pubblicità enorme – tutta la stampa mondiale avrebbe riportato la notizia il giorno dopo – e nei giocatori non assistiti dalla fortuna avrebbe suscitato desideri di rivalsa, sentimenti di rimonta psicologica.

In breve Wells diventò un idolo: tutti volevano vedere e seguire il suo gioco. Le donne con lo sguardo si offrivano a lui. Ma lui restava distaccato e impassibile, come di marmo.

Mr. Bertollini era il capo partita nel giorno in cui Wells fece saltare il banco due volte; fu lui a descrivere la cupidigia che il successo dell’inglese suscitò quella volta nei presenti. Tutti volevano giocare i suoi stessi numeri, con annunci in ogni lingua, tanto che fu costretto a far allontanare la piccola folla che si era formata intorno al suo tavolo, limitando il numero dei giocatori che vi erano ammessi. Wells, raccontò Bertollini, era dotato di un’eccezionale resistenza fisica: era capace di giocare per 11 ore consecutive. Per questo diceva che gli altri giocatori che lo seguivano non potevano avere eguali chances: erano privi del coraggio di rischiare forte come faceva lui, né dotati di sufficiente energia e prestanza per resistere nel gioco anche 10 o 11 ore consecutive.

Wells tornò per la terza volta nel pomeriggio del giorno successivo e fece saltare il banco per dodici volte. Poi lasciò Montecarlo per rientrare a Londra con una vincita totale di un milione di franchi. Era diventato una leggenda. Le cronache non facevano che parlare di lui. Venne anche composta una canzone, cantata da Charles Coburu, “L’uomo che fece saltare il banco a Montecarlo”, che divenne famosa per la felicità di Blanc cui la storia di Wells giovò molto in termini di rinomanza e di pubblicità al suo casinò.

Il londinese ritornò a Montecarlo nel novembre dello stesso anno e infilò ancora una serie di sedute straordinarie; soltanto il primo giorno fece saltare il banco della roulette più volte. Ripartì per Londra con una vincita identica alla precedente. Gli ispettori del casinò lo sorvegliarono strettamente, sia nei locali della casa da gioco che fuori: non rilevarono nulla di anormale, salvo, beninteso, la sua fortuna a dir poco incredibile.

A Londra Wells si ripulì, si diede alla bella vita: grandi feste e amicizie importanti, il tutto riportato accuratamente nelle cronache giornalistiche che ormai si occupavano di lui come di un gran personaggio. Riuscì persino ad avere un’amante nella persona di una nota e bella modella dell’epoca, Jean Burns, che gli rimarrà fedele sino alla morte.

Ma alla fine, fu tradito da quello stesso delirio di onnipotenza che tante volte gli aveva procurato fama e fortuna, aiutandolo e mettendolo in vista. Nell’inverno del 1892 ritornò a Montecarlo con il suo lussuoso yacht “Palais Royal”, a bordo del quale diede ricevimenti sontuosi con la partecipazione di nobili inglesi, milionari tedeschi e americani. Il bel mondo ruotava intorno alla sua celebrità. All’entrata del casinò lo accolse Camille Blanc, che per l’occasione si improvvisò addirittura capo croupier. Wells perse un colpo dietro l’altro, in quel giorno come anche nei successivi. La fortuna lo aveva abbandonato. Ostinato, si fece mandare altro denaro da Londra; poi ricorse a prestiti vantando una nuova invenzione: un sistema per risparmiare del combustibile sulle navi a vapore. La sua attività di inventore aveva, per la verità, conosciuto in passato più ombre che luci; di lui si ricorda l’invenzione di una speciale corda per strumenti musicali che ebbe un modesto successo. Perse anche il denaro che gli era stato prestato e riprese mestamente la via del ritorno in patria.

Durante il viaggio venne arrestato a Le Havre. Comparve davanti al tribunale di Londra il 17 gennaio del 1893 e venne condannato per truffa e debiti ad otto anni di prigione. La sua amante fece la cuoca, la governante, la cameriera ma lo attese.

Uscito di prigione partirono entrambi per Parigi, dove Wells, durante il periodo vincente, aveva avuto la saggia accortezza di conservare un decoroso gruzzolo. Si mise ad esercitare l’usura al tasso dell’1% al giorno. Fu nuovamente processato per truffa e trascorse altri otto anni in prigione.

Morì in povertà a Parigi in una piovosa giornata dell’inverno 1929. Prima di morire confessò di non aver mai avuto alcun sistema – anche se in passato aveva pubblicato un libro che descriveva un fittizio sistema al quale aveva dato il suo nome – e che le sue vincite erano dovute solamente alla fortuna.

In ogni caso se Edoardo VII, quando era ancora principe di Galles, contribuì a fare di Montecarlo la stazione di moda dei re e dei milionari, fu il piccolo e panciuto imbroglioncello, con le sue chances da favola, a rendere celebre quel casinò presso le classi agiate ma non nobili.


 

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